La supernova nella galassia M100
(clicca per ingrandire)
Gli astronomi dell'osservatorio Chandra della NASA hanno individuato, nel nostro vicinato galattico, prove dell'esistenza di un buco nero di soli 30 anni di età, il più giovane mai individuato fino a ora.
Un oggetto di questa entità aiuterà gli scienziati a comprendere come esplodono le stelle massive, quali lasciano buchi neri e quali stelle a neutroni.
Il buco nero è ciò che rimane di SN 1979C, una supernova della galassia M100 a circa 50 milioni di anni luce dalla Terra.
La caratteristica che lo rende peculiare, oltre alla sua vicinanza, è la sua formazione che, secondo la teoria, è avvenuta per il collassamento del nucleo di una stella, a differenza di altri buchi neri più distanti che sono stati individuati per le loro forti emissioni di raggi gamma (gamma-ray bursts - GRB).
Sebbene le evidenze conducano a teorizzare la presenza di un giovane buco nero, sussiste comunque la possibilità che l'oggetto sia invece una giovane stella a neutroni con una rotazione molto rapida con un forte vento di particelle ad alta energia, il che renderebbe l'oggetto in SN 1979C la più giovane e brillante "pulsar wind nebula" e la più giovane stella a neutroni.
Richard Dawkins, nel video del post precedente, cita, a un certo punto della discussione, le ipotesi di Simon Conway Morris, paleobiologo dell'università di Cambridge, sull'ipotesi di forme di vita aliene.
Dopo una breve ricerca, ho scoperto una conferenza della Royal Society tenutasi nel gennaio scorso (->registrazione audio), in cui professor Morris ha ipotizzato che gli extraterrestri si potrebbero essere evoluti in modo simile ai terrestri e che sarebbero quindi caratterizzati da una testa, un corpo e degli arti.
Allo stesso modo, potrebbero avere anche sviluppato le nostre stesse manie e difetti, come l'avidità, la violenza e la tendenza a sfruttare le risorse che trovano, fattori che li potrebbero rendere molto pericolosi nel caso avessimo la malasorte di incontrarli.
Morris sostiene che la vita si può sviluppare più facilmente su pianeti simili al nostro, con organismi costituiti dagli stessi elementi biochimici: concordemente, anche il processo evolutivo avrà dato vita a esseri alieni similmente a quanto accaduto sulla Terra.
E' difficile quindi immaginare che l'evoluzione su pianeti alieni sia avvenuta in modo diverso da quanto ha scoperto Darwin.
Secondo Morris "il numero di opzioni è effettivamente ristretto: non penso che un alieno possa essere come un blob. Se ci sono degli alieni là fuori, si devono essere evoluti come noi. Deovrebbero avere occhi e camminare su due gambe. Potrebbero venire in pace, come anche alla ricerca di un luogo per vivere e trovare acqua, minerali o carburante."
Il paleobiologo pensa anche che, poiché l'universo è molto più vecchio di noi, forme di vita aliene si potrebbero trovare a uno stadio evolutivo molto avanzato, per cui ne avremmo già sentito parlare a quest'ora. Per cui egli sente come sempre più probabile che non ci sia nessuno di intelligente là fuori (considerando come intelligente una forma di vita che sia arrivata a uno stadio evolutivo uguale o superiore a quello dell'uomo) .
A quest'ultima affermazione si potrebbe rispondere con un invito alla lettura del libro di Stephen Webb "Se l'Universo brulica di alieni... dove sono tutti quanti? Cinquanta soluzioni al paradosso di Fermi e al problema della vita extraterrestre" che in modo divulgativo cerca di elencare 50 possibili risposte al famoso paradosso di Fermi, che dà il titolo al libro.
Personalmente credo che sia possibile che in un universo di quasi 14 miliardi di anni, in più di un pianeta si possano essere verificati fattori che hanno portato allo sviluppo di vita più o meno intelligente.
Dato questo per assunto, il fatto che fino a ora non siamo venuti a un contatto con costoro potrebbe essere dovuto all'eccessiva lontananza di queste specie, alla loro estinzione prematura o al loro totale disinteresse verso la ricerca di vite extraterrestri.
Vi invito ad ascoltare anche i pareri degli altri scienziati che hanno contribuito con i loro studi alla conferenza: a questa pagina troverete le registrazioni audio di tutti i partecipanti.
Richard Dawkins mi ha fatto comprendere in giovane età l'evoluzionismo. Avete capito bene: non è stato Darwin, né Lamarck, né il prof di scienze. E' stato proprio questo contemporaneo discendente di Darwin con la sua memetica, con il suo Gene egoista e il suo Orologiaio matto, libri che ho amato, riletto e ringraziato per come trasmettono con eleganza e poesia il paradigma evolutivo.
E la poesia è stata uno dei pilastri di un incontro, tenutosi qualche settimana fa alla Howard University, dove Dawkins ha partecipato a una discussione dal titolo "The Poetry of Science", insieme a Neil deGrasse Tyson.
Solo qualche parola sul titolo, che trovo bellissimo: anche io ho sempre pensato che c'è della poesia nella scienza, concetto diverso dal dire la scienza è poesia, perché non sempre è vero.
Dawkins, nell'introduzione dell'incontro, afferma anche che la scienza è la poesia della realtà. Mi fermo qui, onde evitare derive retoriche che ci condurebbero in lidi lontani, ma fuori tema.
La conversazione tra i due scienziati aveva come punto di partenza il ruolo della scienza non solo come strumento per aiutarci a capire il mondo, ma come mezzo per aprire le nostre menti verso domande che probabilmente non sapremmo nemmeno di poter fare.
Tornando ai contenuti dell'incontro, tra i vari argomenti discussi si è parlato della possibilità di vita su altri pianeti e sulla fascinazione di noi terrestri nei confronti degli estraterrestri.
Entrambi gli scienziati si sono mostrati d'accordo sull'alta probabilità dell'esistenza di forme di vita intelligente nell'universo.
Il Dr. Tyson ha affermato che, in virtù del fatto che sebbene il DNA umano sia differente solo dell'1,5% dal DNA degli scimpanzè, e nonostante questo le due specie non riescano ancora a capirsi, è molto improbabile che potremmo comprendere un essere intelligente di un altro pianeta e che egli possa riconsocere gli umani come specie intelligente. Tyson ha anche affermato che, parlando di fantascienza, la sua preferenza va verso gli extraterrestri non antropomorfi: una delle sue creature preferite è il blob del film omonimo del 1958. La sua idea parte dal fatto che, nella cultura popolare, gli alieni sono spesso rappresentati con fattezze similmente umane, con struttura del corpo e del viso che ricorda quelle degli esseri umani, rappresentazione sicuramente egocentrica e probabilmente priva di fondamento.
Dawkins ha però osservato che il mondo fisico esercita determinate pressioni sulle creature in evoluzione e questo conduce alla ripetizione della stessa caratteristica che si presenta in diversi ambienti. Sebbene un'intelligenza superiore si sia evoluta una volta sola nella terra, altre caratteristiche come gli occhi e gli aculei si sono evolute indipendentemente molte volte, suggerendo così che non è così assurdo ipotizzare che gli extraterrestri possano condividere caratteristiche similari a creature terrestri.
Godetevi il video della serata, gentilmente offerto dalla Richard Dawkins Foundation for Reason and Science:
Un appunto finale: avete notato le cravatte assolutamente didascaliche dei due scienziati?
- Buongiorno dottore.
- Buongiorno paziente. Di cosa vuole parlare oggi?
- Sa, anche io, come tutti quelli che hanno praticato un minimo di matematica e/o di informatica nella loro vita, in gioventù ho subito la fascinazione delle geometrie frattali.
- Certo...continui.
- Ho appreso che Benoit Mandelbrot è morto nei giorni scorsi per un cancro al pancreas. Aveva 85 anni. Non ha mai sentito la necessità di saperne di più sui retroscena della vita di persone apparentemente normali, ma la cui mente ha disvelato conoscenze che sono poi andate ad alimentare il motore del progresso tecnico-scientifico dell'uomo?
- Ne ho già abbastanza della mia, sapesse che confusione.
- Beh, dottore, oggi non voglio parlarle di me, sebbene lei possa comunque analizzare il mio assetto odierno e trarne elementi utili per la sua analisi. Però le ho portato un regalo.
- Un regalo. A me? Ma è sicuro? Non doveva.
- Le ho portato un video (grazie a Gravità Zero) in cui Mandelbrot, nel suo simpatico inglese con accento francese e la sua piacevole quiete di scienziato ottuagenario, sviluppa un tema da lui già discusso in un TED nel 1984: l'estrema complessità della ruvidezza e il modo in cui la matematica frattale può trovare l'ordine in pattern che apparentemente sono incredibilmente complicati. Eccolo...
Se avesse voglia di approfondire, le suggerisco di partire con il podcast della sua "Lectio Magistralis" dal titolo "Il liscio, il ruvido e il meraviglioso" presentata durante il Festival della Matematica a Roma il 19 marzo 2007.
- Grazie, paziente. E' proprio vero che si può imparare sempre qualcosa, anche dai più stupidi.